Parodontologia

Le malattie parodontali, a differenza della carie dentale, spesso si sviluppano senza sintomi evidenti fino a fasi avanzate. Tuttavia, ci sono segnali da tenere d’occhio: gengive arrossate e gonfie, sanguinamento durante lo spazzolamento o la masticazione, retrazione gengivale, denti mobili e alito cattivo non vanno sottovalutati.

Gengivite

La gengivite è la fase iniziale delle malattie parodontali. Si manifesta con gengive rosse, gonfie e soggette a sanguinamento, ma generalmente causa poco o nessun fastidio. La buona notizia è che la gengivite è completamente reversibile con trattamenti professionali e una corretta igiene orale a casa.

Parodontite

Se non trattata, la gengivite può progredire verso la parodontite. Con il tempo, la placca si accumula lungo il margine gengivale e progredisce al di sotto, nel solco, innescando una reazione infiammatoria che danneggia l’osso di supporto dei denti. Le gengive si distaccano dai denti, formando tasche che possono infettarsi. Man mano che la malattia avanza, queste tasche si approfondiscono, rendendo i denti mobili e, in alcuni casi, a rischio di estrazione.

Dopo un’accurata valutazione, è possibile stabilire lo stadio e il grado della malattia, oltre a creare un piano di trattamento personalizzato per aiutarti a mantenere la salute dei tuoi denti.

FAQ

Perchè le gengive sanguinano?2024-11-25T13:16:58+01:00

Le gengive sane non sanguinano! Il sanguinamento è la manifestazione di uno stato infiammatorio che può coinvolgere i tessuti in modo più o meno profondo. Le cause principali dell’infiammazione sono legate alla presenza di placca batterica ma questa non è l’unico fattore che determina infiammazione. Alcune malattie sistemiche e altri fattori individuali possono predisporre alcuni pazienti ad avere patologie parodontali. Le gengive sane hanno un colore rosa, quando vedi sanguinare le gengive è molto importante spazzolare in maniera più attenta coinvolgendo i margini gengivali, utilizzare dispositivi per la pulizia interprossimale (filo e scovolino) e recarsi dal parodontologo per ricevere un accurata visita e per fare diagnosi precoce. Se non curata la gengive può diffondersi ai tessuti di sostegno, evolvendo in parodontite. Stadi più avanzati della malattia possono portare alla progressiva perdita dei denti.

Perché i miei denti sono diventati più lunghi?2024-11-25T13:17:12+01:00

La parodontite è una malattia infiammatoria che coinvolge i tessuti profondi che circondano il dente: osso, gengiva  e legamento parodontale. La sua evoluzione, generalmente lenta e progressiva porta alla perdita dell’osso che circonda la radice dei tuoi denti, la gengiva si ritira e i denti appaiono più lunghi.

Di cosa sono fatti e come si utilizzano i materiali per rigenerare l’osso?2024-11-25T13:17:32+01:00

La parodontite è una malattia molto diffusa nella popolazione adulta e se non trattata può portare al riassorbimento dell’osso alveolare e alla perdita dei denti. L’obiettivo della terapia parodontale è quello di mantenere i denti del paziente attraverso il controllo dell’infezione e la correzione delle aree di riassorbimento osseo causate dalla malattia.

Le terapie parodontali chirurgiche consentono di rigenerare i tessuti parodontali (osso, legamento parodontale e gengiva) andati perduti. Il potenziale biologico di rigenerazione del parodonto è molto alto e può essere ulteriormente sfruttato grazie all’utilizzo di vari biomateriali che permettono di ottimizzare i risultati della terapia correttiva.

Cos’è un innesto osseo?2024-11-25T13:17:53+01:00

Per innesto osseo si intende il posizionamento di un materiale rigenerativo all’interno di un difetto (area di riassorbimento osseo del mascellare superiore o inferiore) eseguito per aumentare il volume o per rigenerare la quantità di osso andata perduta. Il materiale da innesto può essere prelevato dal paziente stesso (autologo), può avere origine animale (xenoinnesto), o sintetica. L’utilizzo di questi materiali è oggetto di studio da diversi decenni e numerevoli studi hanno dimostrato che si tratta di una modalità sicura e predicibile per ricostruire l’osso andato perduto.

In genere una persona può avere bisogno di un innesto osseo a seguito di:

  • Estrazione dentale
  • Trauma
  • Riassorbimento osseo causato da parodontite
  • Sostituzione di un dente mancante con un impianto dentale

Gli interventi di rigenerazione ossea si eseguono generalmente in ambito ambulatoriale. Dopo un’accurata anestesia locale (la stessa di quando si esegue un’otturazione) si pratica una piccola incisione a livello della gengiva e dopo avere pulito e disinfettato la zona che presenta il deficit osseo, il materiale da innesto viene inserito per riempire il difetto. In molti casi l’innesto viene coperto da una membrana (riassorbibile in collagene o non riassorbibile, da rimuovere in una seconda fase) per assicurare maggiore protezione e impedire la proliferazione del tessuto gengivale nella zona dove si vuole invece rigenerare tessuto osseo. Per fornire stabilità e protezione all’innesto osseo, è possibile utilizzare mesh in titanio customizzate. Si tratta di griglie che vengono realizzate su misura per ogni singolo difetto seguendo l’anatomia analizzata dopo un esame radiografico in 3D (CBCT). A differenza delle membrane non riassorbibili, questo tipo di dispositivi adattandosi con grande precisione all’anatomia del difetto riducono i tempi operatori favorendo la guarigione.

Esistono anche molecole che vengono impiegate per favorire la rigenerazione degli innesti. Si tratta di gel contenenti proteine derivate dalla matrice dello smalto dentale o più recentemente polinucleotidi e acido ialuronico, in grado di stimolare e favorire la vitalità cellulare potenzialmente velocizzando la maturazione degli innesti.

Infine i lembi delle gengive vengono riposizionati e la piccola incisione viene chiusa con dei punti di sutura.

La maggior parte di questi interventi hanno un decorso post operatorio piuttosto semplice anche se ci si può aspettare un minimo gonfiore e dolore controllabile con dei comuni analgesici. Questi effetti collaterali hanno generalmente una durata di pochi giorni.

Solitamente dopo un intervento di rigenerazione ossea il paziente è in grado di riprendere la normale attività lavorativa e di vita sociale dopo alcuni giorni. Tuttavia il processo di guarigione a livello osseo dura diversi mesi. Qualora la rigenerazione ossea sia stata fatta al fine del successivo posizionamento di un impianto dentale, questo potrà essere posizionato dopo un periodo di guarigione che va dai quattro sino anche ai dodici mesi di guarigione. Il tempo necessario dipende da diversi fattori quali il tipo di innesto osseo, l’area nella quale l’innesto è stato posizionato, la dimensione del difetto e la capacità di guarigione individuale.

Lo sviluppo delle tecniche chirurgiche in parodontologia ha portato oggi ad un approccio minimamente invasivo dove le incisioni possono avere dimensioni di pochi millimetri. Si è visto inoltre che in alcuni casi è possibile rigenerare difetti parodontali contenitivi e ricostruire tessuto osseo andato perduto senza l’inserimento di materiali da innesto purché venga rispettata la stabilità del coagulo che poi si trasformerà in nuovo osso.

Quando invece l’innesto viene posizionato per rigenerare il volume osseo in vista del posizionamento di un impianto dentale, (dopo la perdita di un dente), il solo coagulo non sarà sufficiente, sarà quindi necessario utilizzare dei biomateriali da innesto che svolgeranno una funzione di impalcatura e manterranno lo spazio in modo tale da permettere al corpo di rigenerare i tessuti andati perduti.

Le potenzialità di rigenerazione dei tessuti orali sono molto grandi e tante sono le tecniche e i materiali a disposizione.

La chirurgia parodontale è dolorosa?2024-11-25T13:18:10+01:00

La parodontite è una malattia che colpisce circa un italiano su due al di sopra dei 35 anni. Nella fascia di età al di sopra dei 65 anni ne soffre più del 70% della popolazione. Di questi circa il 15% è colpito da una forma grave che può portare in tempi più o meno rapidi alla perdita degli elementi dentali. Questa malattia nelle fasi iniziali è sostanzialmente indolore e i primi segni della sua manifestazione possono essere il sanguinamento gengivale o l’alito cattivo. In passato per i non addetti ai lavori una diagnosi di parodontite (comunemente chiamata piorrea) poteva suonare come una condanna, ci rassegnava a dover prima o poi portare la dentiera.

Grazie al progredire della ricerca, sono ormai decenni che non è più così. La parodontite, soprattutto quando diagnosticata in una fase ancora non grave, si può curare con terapie predicibili che consentono di mantenere la propria dentatura per tutta la vita.

La terapia parodontale generalmente si compone di due fasi attive: una prima, nella quale si migliora la qualità dell’igiene orale quotidiana da parte del paziente e vengono rimossi placca e tartaro dal professionista odontoiatra o igienista dentale mettendo sotto controllo l’infezione e l’infiammazione. Nelle forme più avanzate può essere necessaria una seconda fase, cosiddetta chirurgica, dove attraverso degli interventi vengono corretti i danni causati dalla malattia ai tessuti profondi che supportano il dente. L’osso viene rimodellato o rigenerato.

La parola chirurgia può incutere un certo timore nell’immaginario collettivo, questo perché magari non si conoscono modalità, tempi di guarigione e decorso postoperatorio. In realtà l’avanzamento della ricerca nell’ambito della chirurgia parodontale, lo sviluppo di nuove tecniche e nuovi strumenti permettono di intervenire in modo sempre più mirato e sempre meno invasivo.
Gli interventi di chirurgia parodontale vengono eseguiti in anestesia locale ovvero con la stessa anestesia che viene utilizzata anche per le altre cure odontoiatriche quali otturazioni o devitalizzazioni.

Nella maggior parte dei casi oggi quando si parla di chirurgia parodontale si parla di interventi minimamente invasivi che richiedono incisioni di pochi millimetri solo su un lato del dente grazie alle quali è spesso possibile rigenerare i tessuti ossei e gengivali che sorreggono i denti in maniera praticamente indolore. Anche quando la situazione clinica richieda di lavorare in zone più estese della bocca, a causa del coinvolgimento di più denti, nuove tecniche come quella della preservazione delle fibre hanno dimostrato dare meno discomfort ai pazienti nelle settimane successive all’intervento rispetto ad approcci più tradizionali. Recenti studi sul tema condotti da gruppi di ricerca dell’Università di Torino e dell’Università di Firenze hanno infatti verificato come i moderni approcci alla chirurgia parodontale si traducano in una significativa riduzione della sensibilità, del dolore e dell’uso di antidolorifici dopo l’intervento.

Sebbene la chirurgia parodontale sia sempre meno invasiva e dolorosa, è bene sottolineare come la prevenzione e la diagnosi precoce rimangano le armi migliori. È importante non sottovalutare i primi segni di infiammazione gengivale come il sanguinamento e non attendere il dolore come sintomo di parodontite. Infatti le terapie non chirurgiche degli stadi meno gravi della malattia sono molto meno dolorose e meno costose di quelle più invasive, correttive.

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